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Il calcio: uno sport volgare

Molti genitori sono restii al fatto che il figlio pratichi il calcio, a causa dell’ambiente malsano, privo
di fair play, a tratti vile, sulle tribune e sul rettangolo verde; in una parola volgare.
D’altronde, come dar loro torto?
Allenatori invasati, genitori appesi alla recinzione del campo che incitano all’impegno ignari
bambini di sette o otto anni che pensano a divertirsi, società che lucrano sul futuro uomo,
pensando esclusivamente all’attuale giocatore.

Il calcio è uno sport volgare?

Il calcio proviene dal popolo: dal volgo. È uno sport popolare, nato dalla strada, accessibile a tutta
la popolazione (il volgo, appunto) e per il quale non sono necessari particolari attrezzature: un
pallone e due giacche che in un attimo si trasformano nei pali della porta. Il termine volgare possiede
questa doppia accezione tanto affascinante, quanto crudele. Il tempo, o il potere, hanno fatto sì che
qualcosa di accessibile per tutto il popolo, sia stato definito, probabilmente dalla nobiltà, anche
indegno.
“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”,
diceva Jorge Luis Borges, accademico e filosofo argentino.
Genitori, Società, Allenatori e Bambini, mi rivolgo a voi: nobilitiamo di nuovo il calcio,
volgarizzandolo. Rendiamolo piacevole per tutti, togliendo ciò che lo rende vile e turpe. Facciamo sì
che i nostri bambini non imitino e non si comportino in maniera volgare, dando per primi l’esempio.
Ci troviamo in un’epoca storica in cui i tredicenni si radunano nelle piazze per organizzare risse.
Offriamo loro uno sport sano, un ambiente accessibile nel quale la personalità di ognuno possa
emergere senza prevaricare quella del compagno.
Il calcio ha questa fantastica caratteristica: esalta le differenze, rendendo tutti uguali.